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 Psicologia: La violenza intrafamiliare sui minori

Pareri e ricerche dei nostri espertiChiacchioV Scrive "

Questo articolo è il primo di una serie che intendo dedicare al tema della violenza intrafamiliare sui minori. Ho scelto di iniziare proprio da una breve analisi sul termine stesso di violenza e come il suo significato sia cambiato nella letteratura psicologica e non solo.

Esaminando ogni epoca storica è possibile individuare molte delle condotte applicate verso i minori che noi oggi non esiteremo nemmeno un attimo a definire “abuso”. La causa principale di così tanta violenza verso i bambini è da ricercare nell’opinione comune, mantenuta intatta fino allo scorso secolo, secondo cui i figli fossero proprietà dei genitori e quindi si riteneva naturale che quest’ultimi avessero pieno diritto di trattare la prole come desideravano senza che nessuno ne contestasse il modo (Kempe-Kempe, 1980, 14-15).
Le prime segnalazioni della letteratura medico – legale e pediatrica provengono da
Tardieu, un professore di medicina legale, che nel 1868 a Parigi descrisse il caso di 32 bambini picchiati ed ustionati a morte. Altre segnalazioni le troviamo nel 1929 da parte di Parisot e Cassaude, fino al 1946 quando un radiologo pediatra americano, Caffey, riscontrò in vari bambini la presenza di ematomi subdurali associati di frequente a fratture multiple delle ossa lunghe dovute a cause non accidentali. Queste osservazioni furono poi confermate delle esperienze di Silverman nel 1953 e successivamente da quelle di Kempe e coll. nel 1962 che, con la definizione di Battered Child Syndrome (in italiano “Sindrome del Bambino Picchiato”), descrissero una precisa entità nosologica relativa alle diverse forme di maltrattamento fisico. Fu proprio questa restrizione al solo maltrattamento fisico a far ripudiare dallo stesso Kempe la sua prima proposta, sostituendola con quella più completa di Child Abuse and Neglet (in italiano “Abusi ed Incuria verso l’Infanzia”) che comprende l’intero quadro dei maltrattamenti, da quelli fisici, emotivi, all’incuria e all’abuso sessuale.
Da questo momento in poi molte saranno le definizioni proposte e le precisazioni fatte in base alle diverse impostazioni, ma il termine, che sul piano internazionale viene maggiormente riconosciuto e usato è Child Abuse (Kempe-Kempe, 1980, 17-18).
La definizione attuale di violenza fa riferimento al IV Colloquio Criminologico del Consiglio d’Europa del 1981 e quindi comprende «gli atti e le carenze che turbano gravemente il bambino, attentano alla sua integrità corporea, alla trascuratezza e/o le lesioni di ordine fisico e/o psichico e/o sessuale da parte di un familiare o di altri che hanno cura di lui» (Di Blasio, 2001, 2). Si tratta quindi di un’azione intenzionale che può essere distinta in una forma di abuso attiva, cioè esercitata attraverso condotte tese a recare danno, o passiva, provocata dalla mancata soddisfazione dei bisogni essenziali per il benessere altrui.
I risultati emersi da studi specifici e assolutamente attendibili (Mc Guigan-Pratt, cit. in Di Blasio, 2000, 37) hanno individuato come nella violenza intrafamiliare il subire abusi nei primi sei mesi di vita del bambino rappresenti un fattore predittivo di un altissimo tasso di probabilità che esso riavvenga, e in misura triplicata, nei successivi cinque anni di vita.
Un altro fattore rilevante è la durata della violenza che nella maggior parte dei casi è tale da far divenire l’esperienza di violenza come una caratteristica intrinseca nella relazione; se, in un primo tempo, le esperienze che questi bambini vivono sono vissute più come eventi improvvisi e traumatici, con il passare del tempo la regolarità con cui si presentano fanno si che si trasformano in vere e proprie organizzazioni psichiche e comportamentali interiorizzate e patologicamente coerenti al Sé.
Infine un terzo aspetto significativo è, sfortunatamente, la coerenza del sistema relazionale nel quale il bambino è coinvolto, dove entrambi i genitori, seppur in modalità diverse, appaiono uniti nella mancata salvaguardia del minore il quale si trova così a non poter contare sulla testimonianza di nessun adulto a proposito della sofferenza e dei sentimenti che lo attraversano (Di Blasio, 2000, 37).
In sintesi la definizione di abuso sui minori è in letteratura un concetto estremamente dibattuto; non c’è pertanto uniformità tra le varie definizioni ed il termine abuso è spesso utilizzato come sinonimo di violenza o maltrattamento. Tuttavia persiste una certa tendenza comune nel considerare la violenza quanto di carattere commissivo od omissivo, volontario o meno, implichi la violazione dei diritti fondamentali degli esseri umani, connessi alla vita, alla dignità ed alla integrità di ogni individuo (Malizia, 2003, 21).
La distinzione fra diverse tipologie di violenza può esser effettuata solo a livello teorico in quanto è un fenomeno che non solo investe diverse aree della persona, sopratutto se minorenne, ma il più delle volte una forma di violenza ne scaturisce inevitabilmente un'altra (basti pensare alla violenza sessuale e quella psicologica).
La violenza, inoltre, è un fenomeno che interessa non soltanto il bambino che ne è vittima, ma, come sostiene Di Blasio (2000, 8-9), essa rappresenta il segno di una patologia che investe il funzionamento globale della famiglia, in quanto tutti i membri della famiglia sono ugualmente prigionieri di un gioco disfunzionale nel quale non possono evitare di assumere un ruolo attivo.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

- DI BLASIO P. (2000), Psicologia del bambino maltrattato, Bologna, Il Mulino.

- DI BLASIO P. (2001), La famiglia abusante. Prospettiva psicologica, in www.ibambini.it,
1-13.

- KEMPE R.S. – C.H. KEMPE (1980), Le violenze sul bambino, Roma, Sovera multimedia.

- MALIZIA N. (2003), Profili antropo-criminologici e medico-legali dei fenomeni di abuso su minori, Torino, G. Giappichelli.


Nota: a cura della Dott.ssa Valentina Chiacchio

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